Cibo di casa mia (chiedi Ferrarelle)

Adoro andare a cena fuori all’estero, fa parte dell’esperienza del viaggio. Per questo non potrei mai partire oppure ho litigato pesantemente con quei tipi di viaggiatori che:

A. Fanno la spesa al market per mangiare del Philadelphia su una fetta di pan carrè nella stanza d’albergo. Vi ripugno.

B. Propongono di andare a cena al ristorante Italiano o, peggio ancora, sono disposti a mangiare la pizza Pepperoni o quella con pollo e ananas, una vera specialità in varie parti d’Europa. Mi intristite.

C. Sfogliano in modo spasmodico il menu e non si capacitano di non trovare la pasta. Oppure la trovano, la prendono e si stupiscono che sia scotta o condita con il ketchup. Vi sta bene.

Il rituale della cena all’estero è sacro, soprattutto dato che il regolamento di viaggio prevede di rinunciare o limitare il tempo dedicato al pranzo. Infatti, ogni buon viaggiatore SBD (scassa balle deluxe) sa bene che il tempo è prezioso e nel corso della giornata non può sostare a lungo a gozzovigliare in quanto perderebbe minuti preziosi per visitare luoghi d’arte e cultura che probabilmente chiuderanno già alle 16.

Rinunciare al pranzo, però, spesso causa nel viaggiatore SBD uno sdoppiamento della personalità: da una parte avrebbe fame, come spesso accade, e vorrebbe mangiare la qualunque; dall’altra sa che non c’è tempo e che non riuscirà a terminare il percorso  consigliato dalla Lonely Planet prima del tramonto. Situazioni di tale tipo creano a volte reazioni fuori controllo, come ad esempio quella  in cui viaggiatore SBD vede come un miraggio il chiosco di “Mister Panino”, che di mercoledì ha anche in offerta la pregiatissima baguette stracchino e rucola, ma viene richiamato all’ordine dal gruppo che vuole andare via. La reazione tanto insensibile del gruppo lo porta a perdere il controllo, inizia a gridare e rimane sconcertato per la scarsa lungimiranza dei suoi compagni di viaggio!

Tutto ciò per dire che il viaggiatore SBD arriva a cena già molto affamato e nervoso, e spesso i suoi commensali lo aiutano a innervosirsi ulteriormente. Vediamone alcune tipologie:

A. Il commensale che ragiona come se stesse a casa propria. Ti trovi in Belgio, in un paesino minuscolo in cui non parlano neanche inglese. Gli scambi tra te e il cameriere avvengono in Fiammingo stretto, lingua della quale non conoscevi quasi l’esistenza. Preghi attraverso l’internazionale linguaggio dei gesti di avere un menu in inglese, non è possibile e allora ti aspetti la comprensione del commensale che dovrà adattarsi a scegliere le pietanze in base a ciò che è di più facile comprensione, ma ciò non accade. “Scusa, chiedi con che ingredienti è fatto?”, “chiedi…non è che c’è il cumino dentro?”, “aspè, chiedi…ma che tipo di cottura utilizzano?”, “vedi un poco, chiedi… possiamo fare degli assaggini?”. Mio padre è il tipico rappresentante di questa categoria e la domanda “possiamo fare degli assaggini?” è solitamente quella che mi fa comparire le vene viola sulle tempie, seconda solo a “chiedi se ci porta della Ferrarelle”.

B. Il commensale che sceglie sempre il piatto sbagliato. Ore ed ore a scrutare menu incomprensibili in lingue poco note per poi finire con il piatto immangiabile della tavolata. Nella sua versione 2.0, questa tipologia di commensale inizia ad avere consapevolezza del suo dono e porta nella metà oscura un altro compagno di viaggio con la temibile frase “se vuoi dividiamo?”. In tal modo mezzo piatto, non il suo, riesce comunque a mangiarlo…mentre il commensale fregato, spessso io, si convince che mai più accetterà la condivisione, ma ci ricasca sempre.

C. Il nostalgico. Lo si riconosce subito perchè lamenta la mancanza della tovaglia. “Eh vabbè almeno la tovaglia.” Subito dopo inizia a lamentare l’assenza del pane e ne fa richiesta e da lì è un continuo “questi non sanno neanche cos’è il pane”, “questi non sanno neanche come si condisce un’insalata”, “questi non hanno idea della varietà dei nostri prodotti”, “certo che questi hanno due piatti in croce”.

Quando ripenso ai miei viaggi, una delle prime immagini che vi associo è legata a luoghi goduriosi e/o suggestivi in cui ho mangiato: Ostgotakallaren a Stoccolma, Fatal a Budapest, De Hompesche Molen nelle campagne olandesi o Morskie Oko a Cracovia.  Sono dei nomi che non dimentico perchè hanno contribuito a creare quel ricordo di viaggio che ora porto con me, fatto di un’altra cultura e di un’altra cucina… perchè forse l’incontro più semplice con una cultura differente dalla nostra è proprio a tavola. Scusa, chiedi la Ferrarelle.

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6 pensieri su “Cibo di casa mia (chiedi Ferrarelle)

  1. Ah, ah, una volta in crisi di astinenza a Selingen (?) abbiamo cercato una pizzeria in mezzo a montagne di wurstel… ne abbiamo trovata una gestita da una famiglia pugliese. Volete una pizza all’italiana o alla tedesca? Ci ha chiesto, con se fosse caffè.. Io l’ho presa tedesca, la diabolo (non diavola). Era praticamente ricoperta di peperoncino… ai tedeschi piaceva, diceva lui, perché ci bevono tanta birra… ciao!

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